LA MORTE E’ CIO’ CHE NON APPARE

Che cos’è la vita? La risposta è importante, perchè essa ci permette anche di definire la morte. La vita è solo ciò che appare? E’ solo ciò che sperimentiamo attraverso i sensi? E’ solo ciò che possiamo misurare? Quando qualcosa non è più? Quando non compare più ai nostri sensi? Ma cosa possiamo dire di ciò che non vediamo più ? Possiamo solo dire che non appare ai nostri sensi, non possiamo dire che non è più. Ecco, la morte come annullamento, è solo un’interpretazione, nulla nasce dal nulla e nulla può andare nel nulla, semplicemente non lo vediamo, non compare ai nostri sensi, ma non possiamo affermare che esso non sia più.

Tutto è, sempre, in ogni istante.

2020

Il 2020 ha mostrato ineluttabilmente la realtà in cui viviamo, ha sollevato il velo che copriva le bugie, le banalità e le semplificazioni della nostra società. Il 2020 non è un anno funesto, se continuiamo a definirlo così faremo un gran favore ai responsabili delle tragedie a cui abbiamo assistito. L’anno trascorso è solo una convenzione, sono solo 366 giorni a cui abbiamo dato il nome 2020. Vorrei limitarmi a porre una riflessione sulla scuola, e lo faccio da docente “ferito” e “mutilato” dalla Didattica a Distanza. Qualsiasi discorso sulla scuola è un discorso politico, perché l’essenza stessa della scuola è politica, nel senso che riguarda la polis, la comunità, la dimensione sociale dell’uomo. I fatti del 2020 hanno mostrato tragicamente come la scuola è politicamente la cenerentola della nostra dimensione sociale, le scelte, gli orizzonti, le soluzioni immaginate sono tutte politicamente “assassine” della scuola, perché sono volte a soffocare una dimensione sociale basata sul pensiero critico e il confronto, basata sull’impegno e la conoscenza. Vorrei sottolineare che la mia non è un’accusa rivolta solo ai politici di turno, anzi, ai politici non ci sto proprio pensando, ma ai quei docenti, che aspettano un intervento salvifico dall’alto. Questo intervento non ci sarà, dall’alto continueranno a piovere banchi a rotelle, perché non cambierà la ragione che sottende le scelte fatte sulla scuola. Si parlerà di trasporti, di vaccini, di innovazione digitale, ma rimarrà sotto silenzio l’intento “politico“ di trattare la scuola come un’azienda, si continueranno a fare gli open day, come al supermercato, e come al supermercato si cercherà di non perdere iscritti. In questo 2020 molti si sono convinti che la scuola, come qualsiasi azienda, possa funzionare in “conference call” e questo è stato possibile perché da tempo ci hanno sottratto la dimensione sociale e politica della scuola, senza quella, possiamo lavorare con le cuffie alle orecchie e le pantofole ai piedi, ma non fare scuola.

P. S. Attenti però a non mostrare il pigiama sotto il maglione.

UGUAGLIANZA E CONSUMO

Se volessimo cercare una traccia di ciò che oggi ci omologa dove potremmo trovarla?

Basta percorrere I marciapiedi di strade meno trafficate che ci imbatteremmo in una quantità indefinita di immondizia che emana un fetore lancinante.

Plastica, plastica, qualche cartaccia e un po’ di merda, sono i residui sempre presenti di una società che vive nell’illusione della libertà e del progresso.

Libertà e progresso invece sono come uno specchio ingannatore e nascondono il loro contrario, la mancanza di libertà e di progresso.

La società dei consumi ha abolito ogni differenza, ogni tradizione, ogni valore solo per renderci uguali nella capacità di consumare.

Gli scarti non mentono mai.

La Scuola è “Educere”

La scuola ha una complessità di aspetti che la rendono difficile da comprendere e da spiegare. Tutti parlano di scuola, gli insegnanti appassionati e quelli demotivati, gli studenti entusiasti e quelli annoiati, i genitori insoddisfatti e quelli orgogliosi, i politici lungimiranti e quelli ben stretti alle poltrone, ma difficilmente si parla di educazione e cultura. Educazione e Cultura sono ciò su cui si appoggia la scuola come concetto astratto e mai come in questo caso il concetto viene prima dell’edificio materiale. Educare viene dalla parola educere, vuol dire tirar fuori, quindi educare è un tirar fuori dalla persona. La scuola dunque, dovrebbe contribuire a tirar fuori dalle persone ciò che sta dentro, in realtà la scuola non educa ma indottrina, invece di tirar fuori, mette dentro, immette dei modelli. La scuola modella le persone e lo fa in ottica consumistica, anche il linguaggio tecnico contribuisce a ciò, infatti con gli studenti si parla di debiti e di crediti. Tale indottrinamento è permeato da una cultura tecnica ed essa non è che ulteriore modellamento. La cultura, quella vera, permette di essere contro il sistema che indottrina e l’essere “contro” diventa un valore. La scuola allora, invece di discutere su quali banchi utilizzare, dovrebbe discutere su come educare alla cultura. Senza ciò rimarrà triste e vuota come un campo di calcio abbandonato. Buona Domenica.

Il corpo dei figli

Il corpo è ciò che ci permette di vivere la gran parte della realtà. La stessa realtà cambia se vissuta attraverso un altro corpo, questo vuol dire che la realtà vissuta da un altro corpo ci è negata e ciò che ci è negato è sempre un mistero. La negazione della realtà dei corpi altrui è il grande mistero alla base del rapporto tra i genitori e i figli, gli adulti rimangono confusi e spaesati davanti alla altrui corporeità dei figli, la drammaticità di una realtà che muta, che diviene, che non si lascia afferrare e stabilizzare. Il mistero della realtà incarnata dal corpo dei figli ci ricorda come solo trovando l’essenza della realtà unica, del valore assoluto del tutto è possibile superare l’angoscia alla base dell’esperienza umana. Vivere allora diventa un’esperienza puramente filosofica, esperienza di unità oltre la molteplicità. Affrontiamo il mistero.

L’inganno della “Scuola in DAD”

Il dibattito a cui assistiamo tra chi sostiene la necessità della scuola in presenza e chi sostiene la necessità di mantenere le scuole chiuse a me pare, per certi versi surreale, lo definirei “posticcio”. Il primo inganno che si nasconde dietro questa dialettica è la dimenticanza dell’elemento che lo precede. In che condizioni si trovava la scuola prima dell’emergenza sanitaria? Se non facciamo costantemente lo sforzo di ricordarlo, a breve ci si dimenticherà che le condizioni erano già precarie, in particolare in ambito infrastrutturale, tanto che si parlava di “classi pollaio”. Il termine stava ad indicare una particolare criticità che rallentava ed ostacolava l’insegnamento/apprendimento. L’emergenza sanitaria ha fatto esplodere questo problema, e qui si nasconde il secondo inganno. Il problema dei contagi nella scuole (che non sarò io a negare) non deriva dalla “scuola in presenza”, ma è legata alla frequenza a scuola in condizioni da classe pollaio. Ed è questo dato che sfugge nel dibattito, è questa la mancanza di lungimiranza. Se come corpo docente, come soggetto politico, con una voce univoca, prendessimo coscienza che c’è un precedente a questo dibattito, la nostra attenzione non sarebbe sul dibattito, perché la soluzione è nel precedente, è nella premessa. Nessuno, in questo paese, ha pensato di investire sulle infrastrutture che avrebbero garantito il distanziamento necessario per affrontare l’emergenza. I nostri ragazzi avrebbero usufruito, finita la pandemia, di spazi idonei all’apprendimento e avremmo, come paese, reso un po’ di giustizia alle generazioni future. Il terzo inganno sta nell’accettare l’utilizzo del termine “scuola in presenza”, è un errore concettuale, perché accettandolo, accettiamo il concetto opposto, ma il concetto opposto non c’è, non esiste una scuola in assenza, ma l’utilizzo del termine “scuola in presenza” ci abitua a pensare che potrebbe esistere una “scuola in assenza”. Finita l’emergenza (si spera) torneremo nelle nostri classi pollaio se saremo fortunati, altrimenti, rimarremo connessi da casa con le pantofole ai piedi, ma divisi e rancorosi, soli, davanti ad un potere che non ci riconoscerà più come categoria unitaria.

18Giuseppa Viscuso, Emilia Fragale e altri 16Commenti: 1Condivisioni: 5Mi piaceCommentaCondividi

Atene, la verità e la DAD

Un antico proverbio greco diceva che non ha importanza trovarsi a 100 km da Atene o ad 1 km da Atene, in entrambi i casi non ci si trova ad Atene. Postulando l’immagine della città non raggiunta essi volevano riferirsi alla verità, non è importante avvicinarsi alla verità, ma è importante raggiungerla, finché non lo si sarà fatto, si vivrà nella falsità. Oggi con la DAD è come essere in vista di Atene senza essere ad Atene, la DAD non è scuola. Comincio a sentire colleghi che da più parti elogiano la DAD, anzi pare che in tale modalità il profitto e l’attenzione migliorino. Mi permetto di dire che quando l’emergenza sarà finita, dovremo fare i conti con la nostra mancata lungimiranza, ricordiamoci che le colpe dei padri ricadono miserevolmente sui figli, sempre. Permettetemi un’ultima riflessione, pare che oggi, l’unico criterio per prendere delle decisioni sia quello scientifico, la scienza è diventata la nuova religione, si pensa che essa contenga delle verità, ma Popper ci ricorda che essa procede per congetture, e che il più delle volte può dimostrare delle falsità. Insomma la nuova religione si fonda su congetture, su ipotesi che sono in attesa di conferme o smentite. La fede nel Dio immutabile ed eterno è stata sostituita dalla fede in una sottocategoria della conoscenza (la scienza) che è per sua stessa natura congetturale.

“Sulla condizione umana”

La vita degli uomini è quel tempo che separa il giorno della nascita da quello della morte, scontiamo, dunque, vivendo la nostra condanna a morte. Ma cos’è questa morte? Una delle poche cose che sappiamo sulla morte e che essa può arrivare improvvisa per noi e per le persone che amiamo, questa consapevolezza ci getta nell’angoscia. Il filosofo Emanuele Severino definisce questa angoscia “Thauma” ed è proprio da questo “Thauma” che a suo dire nasce la filosofia. L’uomo cerca di sfuggire all’angoscia della morte elaborando un tentativo di alleanza con il Divino, elemento misterioso e metafisico. È la natura che viene travestita di questo elemento divino, allora i disastri naturali, diventano i castighi inflitti all’uomo peccatore da Dio. In epoca moderna ci si rende conto che le preghiere hanno fallito, la natura continua ad essere minacciosa, tremenda e spaventosa. Nel 1755 Voltaire commenta l’incendio e il terremoto di Lisbona così “L’innocente e il colpevole subiscono in pari misura questo male inevitabile”. Il male quindi è inevitabile, necessario e nessuna preghiera o vita rispettosa della legge di Dio può sfuggirgli. L’uomo allora priva la natura dell’aspetto divino che gli aveva conferito per aprire la strada alla propria divinizzazione, adesso è l’uomo che si fa Dio. La tecnica, dopo il fallimento delle preghiere, sarebbe riuscita dove il Dio onnipotente aveva fallito. La natura avrebbe ubbidito alla volontà degli uomini. Più razionalità, più tecnica, più sviluppo, più ricchezza, più felicità. Le catastrofi però hanno continuato a colpire alla cieca, sono sfuggite ai tentativi di spiegazione e sono diventate immorali come gli uomini. Nelle società moderne lo Stato Liberale assume il ruolo del Dio onnipotente e onnisciente e affida la vulnerabilità e l’incertezza dell’esistenza al mercato. Il Potere Politico allora giustifica la pretesa di disciplina e di osservanza della legge con la promessa di ridurre la vulnerabilità attraverso il “Welfare State”. Lo stato sociale però viene progressivamente smantellato, le incertezze e la vulnerabilità derivate dal libero mercato diventano un problema privato, anzi diventano una colpa, dimostrazione della propria incapacità. La perdita del lavoro o gli incidenti in fabbrica da problemi sociali di cui l’intera comunità deve farsi carico, con lo smantellamento del Welfare, diventano problemi “personali”, fastidi, che la società vuole allontanare e non vedere. Lo Stato Contemporaneo, invece, deve cercarsi altre versioni non economiche della vulnerabilità e dell’incertezza e basare su di esse la propria sovranità. Un esempio? La sicurezza personale o il terrorismo globale. Questi elementi di insicurezza, però, sono diversi da quelli economici, sono diversi perché meno evidenti e meno stringenti per chi vive i problemi legati al lavoro, allora è necessario gonfiarli e drammatizzarli solo così gli uomini ignoreranno le incertezze economiche e chiederanno più sicurezza, quest’ultima riguarderà il proprio corpo o i propri beni. Oggi purtroppo assistiamo ad uno Stato che, privo di qualsiasi controllo sui poteri economici globali, ridotto a semplice avamposto di ordine pubblico affida l’incertezza e la vulnerabilità della vita alla sicurezza sanitaria cercando in essa una giustificazione della propria legittimità. Lo sviluppo immaginato dalle menti positiviste è andato nella direzione opposta. Più irrazionalità, più tecnica, più sottosviluppo, più infelicità, più povertà.

Fabrizio Costa

Vogliamo smettere di essere mortali?


Ricercando le cause del divenire, la filosofia, tenta di rendere prevedibile l’imprevedibile e quindi crea il rimedio contro il terrore della vita. Prima Epicuro e poi Nietzsche hanno affermato che il rimedio è stato peggiore del male. L’origine, il senso, la causa, il fondamento, l’ordine, la legge, la realtà immutabile e divina sono sì il rimedio contro il terrore provocato dall’imprevedibilità del divenire, ma un poco alla volta, presentano essi stessi un volto terrificante. Prevedendo e anticipando il divenire, essi finiscono col cancellarlo e col cancellare, insieme ad esso, la vita stessa dell’uomo.

Fabrizio Costa